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PADIGLIONE GRAN BRETAGNA

di Massimiliano De Domeneghi e Lorenzo Venturini



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Storia Padiglione


Il padiglione inglese rappresenta uno dei primi tre luoghi espositivi stranieri costruiti ai Giardini. Il 22 Aprile 1909 il padiglione fu aperto al pubblico in occasione della VIII Biennale di Venezia. Per quanto riguarda la sua origine viene ricordato come l'allora segretario generale della Biennale Antonio Fradeletto offrì alla committenza il palazzo adibito a caffe-ristorante, costruito nel 1887 dal capo ingegnere del Comune di Venezia Enrico Trevisanato (autore anche del primo Palazzo espositivo della Biennale 1895) per l'Esposizione Nazionale Artistica, una diretta antecedente della Biennale. ll Padiglione prese corpo grazie all'iniziativa di una piccola committenza di inglesi e con l'incoraggiamento di Fradeletto. In merito riportiamo alcuni interessanti dettagli. Secondo i termini stipulati tra la committenza inglese e il municipio di Venezia agli inizi del 1909, il padiglione fu venduto per £3000 e il terreno fu concesso su affitto nominale per dieci anni. Il denaro per il padiglione fu elargito da un unico benefattore, Sir David Salomans.
La conversione del caffè in padiglione si deve all'architetto inglese Edwin Alfred Rickards. Il suo intervento sul palazzo sobrio e classico di Trevisanato consistette principalmente nell'aggiunta di uno spazio espositivo nella parte posteriore. Ulteriori interventi: furono costruite due nuove stanze, la loggia davanti fu chiusa al fine di creare un nuovo spazio con grandi finestre. Un ingresso più ampio sostituì la vecchia entrata decorata; le due finestre ai lati della porta furono chiuse e furono aggiunti due balconi ai lati della loggia. Sopra l'entrata fu affissa una grande iscrizione in marmo "GRAN BRETAGNA" . Il padiglione odierno comprende sei spazi espositivi, cinque più piccoli e uno più grande nella sala centrale. La stanze espositive sono essenzialmente rimaste invariate fino ad oggi.

Ulteriori informazioni
Committente: the Earl of Plymouth (Chairman), Lord Montagu of Beaulieu (Vice-Chairman), Thomas Lane Devitt, Sam Wilson, Robert Alfred Workman, Marcus Bourne Huish (Treasurer), Paul George Konody (Secretary).
Consulente architetto: EdwinAlfred Rickards
Sotto committene artistico: Frank Brangwyn, Grosvenor Thomas, Sir George Frampton.

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La veranda sul retro del Padiglione





Curiosità


Riprendiamo l'articolo di Barbara Cortina sul Padiglione Britannico dell'edizione Biennale 2011 la cui realizzazione richiese tre mesi di tempo all'artista. Vedere anche
http://www.guardian.co.uk/artanddesign/2011/jun/03/mike-nelson-venice-biennale

Mike, l’impostore. Ma siamo in Biennale o a Gardaland?
Durante le giornate inaugurali della Biennale era il Padiglione con davanti la coda più lunga. Impossibile da vedere per gran parte dei visitatori. Ma a conti fatti, forse sarebbe valsa la pena aspettare. Mike Nelson torna a stupire e disorentare con una grande installazione ambientale. Il Padiglione britannico ne è uscito completamente stravolto. E allora cosa rimane? Dove il limes tra ricerca e pretesto? Tra poesia e intrattenimento? E in definitiva, tra la Biennale e Gardaland? L’artista inglese dà vita a un’opera iperbolica, invita a mantenere uno sguardo lucido, a non lasciar sfuggire la meraviglia del mondo, scandisce la rassegnata asserzione per cui in fisica nulla si crea nulla si distrugge, tutto si trasforma. Per sei millenni il dato culturale si è dovuto violentemente imporre su quello naturale; ecco allora le città e poi le metropoli. Col vapore e l’acciaio quella fase storica e antropologica cambia pelle, l’avvento della macchina dà all’uomo la consapevolezza – o meglio, la percezione – del controllo sulla natura. Il ratto del fuoco di Prometeo non è stato vano. Il secolo breve apre una nuova era. Il suo cerbero vive nel Traumdeutung di Freud, 1899. Ecco che varcare le soglie del Novecento significa varcare i confini della coscienza. Lo sguardo dell’uomo si rivolge dalle cose del mondo al modo in cui si percepiscono; dal testo al contesto. L’artista non imprime più il gesto energico di Vulcano a forgiare linguaggio ma, bisturi alla mano, ne viviseziona i tessuti; Buñuel insegna il come, Duchamp il cosa (...).

Jeremy Deller all'Accademia di Belle Arti di Venezia
Mercoledì 20 Febbraio presso la Sede Centrale dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, Jeremy Deller ha incontrato pubblicamente gli studentii nella storica Istituzione veneziana.

Emma Gifford Mead, la gestione dell padiglione Gran Bretagna
La curatrice del padiglione Gran Bretagna, Emma Gifford Mead, è stata intervistata da Vice, magazine statunitense diretto da Rocco Castoro e Andy Capper.
L'intervista fa parte di un progetto più ampio condotto del portale, la "Guida di Vice alla Biennale" si prefigge di indagare gli aspetti meno considerati di questa manifestazione. Emma Gifford Mead nell'intervista ci spiega come è organizzata la gestione del padiglione Gran Bretagna.
Al seguente link è disponibile la visione della prima parte di "La guida di Vice alla Biennale" dove è possibile ascoltare l'intervista alla curatrice.

La guida di Vice alla Biennale - parte 1

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Premi e riconoscimenti


Nel 1997 Rachel Whiteread vince il Premio Duemila come miglior giovane artista



55^ Edizione Arte 2013


Artista: Geremy Deller
Curatore: Emma Gifford-Mead

Note sui protagonisti di questa edizione
Il lavoro di Jeremy Deller consiste nel collezionare, archiviare, fotografare, disegnare e
documentare. L'artista è soprattutto interessato al modo in cui sono strutturate le 
comunità e le società. Deller indaga l'eredità politica e
culturale del suo paese, come per il progetto commissionato da Art Angel nel 2001, The
Battle of Orgreave, documento sulla lotta dei minatori contro la polizia durante il
 Governo Thatcher. Questa attitudine all'indagine storico-sociologica (che gli ha procurato il prestigioso Turner Prize nel 2004 con il film Memory Bucket), si concretizza attraverso progetti con gruppi di persone servendosi della collaborazione di artisti, complessi musicali, lavoratori portuali, minatori. Con
 Acid Brass del 1997 tentò di mixare e stabilire una relazione tra l'Acid House (considerato il primo genere musicale della classe operai di 
Manchester) , con una storica 
banda di ottoni, facendo eseguire suoni Acid-Music dal gruppo musicale. O ancora il lavoro presentato nell'ultima Biennale
 di Berlino in cui ha invitato una banda (Klezmer Chidesch), quasi interamente 
composta da contadini immigrati dell'ex Unione Sovietica, e suonare e a condividere la 
loro musica, densa di malinconia, nel contesto della Auguststrasse. I love melancholy è 
un'installazione composta da una scritta a stencil, ma principalmente è la manifestazione
 evidente di uno stato d'animo: lo stato d'animo di una ragazza punk
 che annoiata ascolta musica all'interno dell'installazione.
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Le persone stampano un timbro di Deller "A good day for cyclists" nel Padiglione








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Note biografiche su Jeremy Deller
Jeremy Deller, nato a Londra nel 1966, è un artista concettuale polivalente. Ha studiato Arte al Courtauld Institute of Art per poi dedicarsi alla carriera artistica nei primi anni Ottanta. Ha sperimentato vari campi che ha fuso nella sua multiforme attività che mostra una passione per la musica, per i fenomeni sociali e le tradizioni popolari. Nel 1987 ha offerto una commissione ad una prestigiosa banda britannica, la Williams Fairey Band producendo Acid Brass, un composizione di Acid Music. Vincitore del Turner Prize nel 2004, nella sua mostra alla Tate Britain presentò la documentazione sulla Battaglia di Overgreave (The Battle of Ovegrave) e l'installazione Memory Bucket (2003) un documentario su Crawford (Texas) città natale di George W. Bush. Nel 2006 ha promosso un bando per la progettazione di una casetta per pipistrelli nei dintorni di Londra. Nel 2007 è stato nominato membro del Consiglio della Tate Gallery. Del 2008 è il film documentario, codiretto con Nick Abrahams, sui fan della band dei Depeche Mode, presentato al Film Festival di Londra e di altre nazioni. Nel 2009, su commissione del 3 M Project (le M stanno per i tre musei americani promotori di progetti artistici - New York, Chicago, Los Angeles) realizza It Is What It Is: Conversations About Iraq, in cui incaricò alcuni esperti di coinvolgere i visitatori dei musei in discussioni sulla situazione irachena. Nel 2001 ha inviato una lettera al Governo Britannico, sottoscritto da altri finalisti del Turner Prize (tra cui i 18 vincitori) per opporsi ai tagli ai fondi per l’arte, sottolineando come l’arte rappresenti un’imprescindibile opportunità per la creatività e la cultura inglese. Nel 2010 ha ottenuto l’Albert Medal dalla Royal Society for the Encouragement for Arts, per “aver prodotto un’arte basata sulla responsabilità sociale e sulla creatività”. Del 2012 è la retrospettiva sulla sua opera intitolata Joy in Pepole alla Hayward Gallery di Londra. Deller ha esposto in mostre a livello internazionale tra cui: Centre Pompidou, Parigi Kunstverein, Monaco di Baviera, Palais de Tokyo, Parigi, New Museum, New York, il Museum of Contemporary Art, Chicago.





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Esposizioni Edizioni Arte passate



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Quello di Mike Nelson è stato uno dei Padiglioni più attesi dell'Esposizione di Venezia, ILLUMInazioni, edizione numero cinquantaquattro. Mike Nelson, Paul Hamlyn Award nel 2001 e due volte finalista al Turner Prize, è stato invitato dal British Council (sponsor ed organizzatore del Padiglione del Regno Unito dal 1938) a rappresentare la Gran Bretagna. Per individuare l'artista Richard Riley, curatore del Padiglione ha lavorato assieme al commissario Andrea Rose e ad una prestigiosa commissione (citiamo tra gli altri Ralph Rugoff, Direttore dell’Hayward Gallery di Londra, Christoph Grunenberg, Direttore della Tate Liverpool, Rachel Campbell–Johnson, critico del Times). La preparazione dei padiglioni ha portato ad uno degli allestimenti più entusiasmanti ed impegnativi presentati a Venezia negli ultimi settant’anni. Quando si parla di Mike Nelson, nato a Loughborough nelle East Midlands nel 1967, studi all’Università di Reading e, poi, al Chelsea College of Art, si parla inevitabilmente di ‘installazione immersiva’. Per capire di cosa si tratta possiamo cominciare col ricordare come tra i mentori di Mike Nelson all’Università di Reading figurasse l’artista Richard Wilson, che negli anni Ottanta fece scalpore per aver trasformato il bianco seminterrato della Saatchi Gallery in un placido serbatoio colmo di olio di motore. Questo lavoro è tuttora l’unica installazione permanente della famosa galleria londinese. Il senso di spaesamento e sottile allarme che viene dal contemplare questa distesa di liquido nero, denso e altamente riflettente, è ulteriormente accentuato da un camminamento che distorce il senso dello spazio e della realtà e porta il visitatore a vivere un’esperienza disorientante ed ipnotizzante al tempo stesso.
Mike Nelson ha fatto tesoro dell’insegnamento di Richard Wilson ed è andato oltre. The Coral Reef è uno dei suoi lavori più emblematici, concepito nel 2000 per la Matt’s Gallery (che lo rappresenta nel Regno Unito): oltrepassata la reception, sorta di camera di decompressione, si percorre un labirinto di corridoi e stanze. Non c’è un percorso predefinito ma, come sempre nei lavori di Nelson, si lascia al libero arbitrio di chi percorre l’installazione decidere quale direzione prendere, quale finale scegliere. L’ambientazione, ricostruita pezzo dopo pezzo da Mike Nelson con pazienza certosina, è da incubo; gli interni sono logori e fatiscenti, molto vissuti, colmi dei più svariati oggetti e, soprattutto di riferimenti alla politica ma anche al cinema e alla letteratura. Una stanza ricorda un sordido motel, un’altra un covo terrorista, un’altra ancora un anonimo call center. “Coral Reef - per usare le parole dell’artista - era un lavoro che indagava le diverse forme di credo, dai fondamentalismi alla dipendenza da droghe, all’estremismo politico. Il titolo faceva riferimento al complesso e delicato insieme di strutture che esistono al di sotto della superficie marina (una metafora per l’ideologia dominante, il capitalismo, che tiene nascosta la ‘barriera corallina’).” E’ evidente come vivere un’installazione di Mike Nelson presupponga un certo grado d’impegno e di sforzo interpretativo da parte dello spettatore; in questo caso non si tratta, infatti, di semplici sculture da contemplare ma di veri e propri set a grandezza naturale che, per citare il critico dell’Observer Sean O’Hagan, sembrano riportare alla luce certe tematiche dei romanzi di Jorge Luis Borges, prima fra tutte la paura dell’ignoto e la natura labirintica della realtà quotidiana in cui sistematicamente, o volutamente, ci perdiamo. Non è un caso che proprio Borges sia tra gli scrittori più amati dall’artista il quale, nella lista recentemente pubblicata su Frieze Magazine, annovera tra gli autori che lo hanno maggiormente influenzato, Joseph Conrad, Stanislaw Lem (l’autore di Solaris), J. G. Ballard e, soprattutto H. P. Lovecraft, romanziere americano note per le atmosfere oniriche ed inquietanti della sua narrativa. Nel 2003 Ralph Rugoff commissiona a Mike Nelson un’altra celebre installazione per il Wattis Institute di San Francisco, e l’artista crea The Pumpkin Palace, un autobus della Greyhound riverniciato ad assumere le sembianze di un ospedale mobile della Croce Rossa Internazionale ma trasformato in una fumeria d’oppio. Ricorda Nelson: “All’epoca le truppe americane avevano cominciato a bombardare l’Afghanistan, e a me è tornata in mente una questione che mi aveva sempre affascinato. Essendo cresciuto negli anni Ottanta in una piccola città nel mezzo dell’Inghilterra, sapevo quanto massiccio e diffuso fosse l’uso di eroina in quel periodo. [--] Ecco, l’idea che un evento di respiro globale potesse influenzare un individuo che si trovava in una piccola città ed era culturalmente e geograficamente estraneo a quello stesso evento, mi portò a formulare delle connessioni con gli eventi del tempo: con il bombardamento dei Talebani, le infrastrutture che avevano controllato e limitato la crescita del papavero officinale sono state distrutte, permettendo ai coltivatori diretti e ai signori della droga di aumentare a dismisura le colture, riversando il prodotto sul mercato americano e su quello europeo.” Suggestioni di diversa natura - politica, culturale, cinematografica, letterale - si fondono dunque nel suo lavoro e, unite alla concretezza dei materiali e degli oggetti, danno vita ad installazioni di grande impatto scenico ed emotivo che, a dispetto del loro carattere effimero e temporaneo, difficilmente si dimenticano. Ci sembrano questi dei motivi più che validi per non lasciarsi sfuggire una visita al Padiglione della Gran Bretagna nei Giardini della città lagunare: ci sarà tempo dal 4 giugno sino al 27 novembre.

Ulteriori edizioni passate


Edizione Biennale arte 2009
artista: Steve Mc Qeen
curatore: Richard Riley

Edizione Biennale arte 2007
artista: Tracey Enim

Edizione Biennale arte 2005
artista: Gilbert & George (George Passmore, Gilbert Proesch)
curatore: Richard Riley

Edizione Biennale arte 2003
artista: Chris Ofili

Edizione Biennale arte 2001
artista: Mark Wallinger

Edizione Biennale arte 1999
artista: Gary Hume

Edizione Biennale arte 1997
artista: Rachel Whiteread

Edizione Biennale arte 1995
artista: Leon Kossoff

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Esposizioni Edizioni Architettura passate


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Edizione 2011
Nel padiglione centrale della Biennale Architettura di Venezia un'installazione degli architetti svizzeri Diener e Diener si interroga con acutezza sulla vita degli amatissimi padiglioni nazionali dei Giardini. Eleganti fotografie di Gabriele Basilico sono collocate accanto a libri aperti che recano brevi note biografiche di ciascuno degli edifici. Tra queste, un testo di Peter Cook, patrimonio nazionale di per se stesso, sul padiglione della Gran Bretagna. Cook ne cita la privilegiata collocazione assiale in cima a un piccolo rilievo, la veranda da epoca coloniale che sovrasta il resto dei Giardini, con Francia e Germania ai lati, e si diverte a immaginarsi sonnecchiare su una sedia a sdraio, come sul ponte di una nave, con un gin and tonic fresco in mano. Con qualche tenerezza descrive l'avamposto britannico a Venezia come un diletto animale di casa ormai in età. Usa la parola "ammuffito".E così, su uno sfondo dai pregi così tremendamente sbiaditi, viene presentata – o piuttosto liquidata – la partecipazione britannica alla 13. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia. Il titolo della mostra (Venice Takeaway. Ideas to Change British Architecture) è una premessa ingannevole. A prima vista è un concorso d'idee puro e semplice, pensato per riunire alcune delle innovazioni più brillanti, utili, pratiche e produttive di tutto il mondo, presentandole sotto l'egida dell'architettura britannica. Uno sforzo per incitare il decrepito mondo istituzionale ad avere qualche altra buona idea. Per fare del padiglione qualcosa di utile e di produttivo al di là dei muri di un edificio veneziano.


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Riferimenti bibliografici / sitografici / link



http://atcasa.corriere.it/gallery/Biennale-Architettura-2012/In-citta/2012/08/02/padiglioni-storici/padiglioni-storici_gallery_5.shtml 11/03/13
http://www.labiennale.org/it/arte/storia/padiglion.html?back=true
http://venicebiennale.britishcouncil.org
http://venicebiennale.britishcouncil.org/timeline/1909
http://www.artribune.com/2011/07/mike-l’impostore-ma-siamo-in-biennale-o-a-gardaland/ 11/03/13
http://venicebiennale.britishcouncil.org/people/id/785 11/03/13 e 12/03/13
http://www.daringtodo.com/lang/it/2013/02/15/verso-la-biennale-2013-i-padiglioni-nazionali-ii/
http://www.domusweb.it/it/architecture/venice-takeaway/ 12/03/13
www.accademiavenezia.it
http://www.teknemedia.net/magazine_detail.html?mId=8564
http://www.museomadre.it

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AREA LAVORO STUDENTI


I vostri testi erano in parte tradotti da testi inglesi con il traduttore, andavano rivisti, Io li ho corretti. I testi andavano sistemati da voi rivisti nei collegamenti interni.



TESTO 700 CARATTERI



AUDIOGUIDA PADIGLIONE REGNO UNITO - testo corretto

Il padiglione Regno Unito fu progettato dall'architetto Edwin Alfred Rickards nel 1909 convertendo il palazzo originario del 1887 che fu sede di un caffè-ristorante, fortemente voluto dal segretario generale della Biennale, Antonio Fradeletto. La struttura fu rimodernata da Rickards in maniera sobria e classica e fu decorata internamente da Frank Brangwyn. Rappresenta uno dei primi tre spazi espositivi stranieri, successivo al padiglione ungherese, quello belga e quello tedesco.
Il padiglione attualmente comprende sei gallerie, cinque di più piccole e una di più grande centrale. Gli ambienti per le esposizioni non hanno subito cambiamenti e sono tra i più imponenti dei Giardini.
Jeremy Deller è stato scelto come artista rappresentante della Gran Bretagna, la cura è stata affidata a Emma Gifford Mead.
L’artista, vincitore del Turner Prize 2001, conosciuto per il suo video "Battaglia di Osgreave", propone opere mai banali, ironiche e cariche di una disillusione struggente e conflittuale, come afferma Chris Dercon, responsabile della Tate Modern.

AUDIOGUIDA PADIGLIONE REGNO UNITO Massimiliano De Domeneghi (corretto)