Il padiglione israeliano viene realizzato e progettato nel 1952 dall’architetto Zeev Rechter e successivamente verrà modificato dall’architetto Fredrik Fogh, nel 1966. Il padiglione verrà realizzato tardi rispetto agli altri. Difatti dopo il 1934, a causa del secondo conflitto mondiale, la costruzione della Biennale verrà arrestata per almeno un ventennio. Bisogna attendere il 1952 per l'inaugurazione dei padiglioni di Israele e Svizzera. I cambiamenti culturali avvenuti nel ventennio precedente saranno di enorme importanza per il padiglione. L’architettura, infatti, né verrà fortemente influenzata e adotterà un linguaggio completamente nuovo e innovativo. L'edificio realizzato dall'architetto israeliano Zeev Rechter, infatti, rispetto alla strutta dei padiglioni costruiti precedentemente al conflitto mondiale, presenta una pianta poligonale irregolare con la parete interamente bianca e un'ampia entrata in vetro a livello del terreno. Rispetto ad altri padiglioni l'architettura di Zeev Rechter risulta profondamente cambiata e rinnovata acquisendo così un significato attuale. Inoltre il padiglione mostra una caratteristica insolita ai Giardini: esso infatti è composto da tre piani espositivi.
La struttura è situata tra i padiglioni dell’Uruguay, degli U.S.A e dell’Ungheria.
Curator : Sergio Edelstein Commissioners : Arad Turgeman, Michael Gov Artist : Gilad Ratman
Israele è forse uno dei Padiglioni, ai Giardini della Biennale, che negli anni ha incuriosito di più, ponendosi come uno dei pochi luoghi dovei l'arte si mischia con la politica e le tensioni del Paese, rendendolo un padiglione unico e sempre interessante. Progettato nel 1952 da Zeev Rechter, padre fondatore dell'architettura modernista israeliana, quest'anno ad occupare il Padiglione sarà l'artista Gilad Ratman, nato ad Haifa nel 1975, di casa a Tel Aviv, con un background di tutto rispetto: fstudi a Gerusalemme e alla Columbia University di New York, un trascorso espositivo che va dal Museum of Contemporary Art di Chicago, la Biennale di Herzliya, in Israele, il Garage di Mosca e il PS1 New York. L'opera dell'artista si intitola The Workshop, un'installazione video site-specific nel tipico stile di Ratman, che lavora spesso sulla distorsione e sull' interruzione della narrazione come un modo per marcare ed esaminare in maniera migliore l'attrito tra il reale e immaginario. Problema fondamentale nella poetica dell'artista è l'opposizione tra i modelli universali di comportamento umano, i quali si esprimomo e definiscono attraverso il linguaggio, la nazionalità, il governo o altri tipi di rappresentazione e che spesso si muove attraverso gesti di resistenza e di lotta. The Workshop documenta il viaggio di una comunità di persone da Israele a Venezia, attraverso una presentazione di video, installazioni, suoni e un intervento fisico nel tessuto dello stesso padiglione che però non è lineare, riflettendosi sulla Biennale come modello utopico di connettività tra nazioni. Ratman mostra un mondo in cui il transito può avvenire attraverso le frontiere nazionali in un contesto di reti libere, che passa inosservato e non identificato. Una "clandestinità" operativa in piccole comunità in una fase utopica, pre-sociale e anche pre-linguistica, come quelle ricorrenti proprio nei "soggetti" raccontati da Ratman. Curata da Sergio Edelsztein, direttore e capo curatore del Center for Contemporary Art di Tel Aviv, anche quest'anno Israele non poteva fare a meno di sobbarcarsi, in qualche modo, il proprio "percorso".
Quest'anno, per la Biennale 2013, il tema d'ispirazione è il Palazzo Enciclopedico, il Padiglione di Israele sarà allestito con le opere di Gilad Ratman. Il viaggio da Israele a Venezia secondo Ratman, serve per riflettere sulla connettività tra nazioni. Il progetto sarà in scena in laguna.
Nel 2011 fu Sigalit Landau a rappresentare l’Israele durante l’ultima Biennale d’arte. Il suo lavoro unisce varie tipi di espressioni d’arte, tra cui performance, installazioni, oggetti e video, così da poter focalizzare l’attenzione su di un’unica immagine, luogo, oggetto o azione, e aprendola ad una via simbolica. Ne è un esempio l’opera presentata durante la Biennale d’Arte del 2011, intitolata “One man’s floor is another man’s feeling”, nella quale vengono appunto utilizzati vari video e installazioni che sono andate anche a stravolgere completamente l’architettura originaria del padiglione.
Israele presenta un solo artista, Raffi Lavie. In mostra, una serie di dipinti su tavola realizzati negli ultimi anni prima della sua morte, avvenuta nel 2007. Quadri caratterizzati da linee e tratteggi, scarabocchi e pennellate di colore all’apparenza casuali. L’artista scalfisce lo sfondo dipinto disegnando come un bambino scalette e rari omini stilizzati, paesaggi che non esistono, se non nascosti nei graffi del colore, scheggiati in rette tremolanti che s’intersecano senza una meta o vorticose nel gesto istintivo.
Lavie è celebre per il suo stile fanciullesco ma soprattutto per le cancellature, eseguite con tratto nervoso o pennellate corpose. Guarda a Klee, Dubuffet e Rauschenberg, artisti che potevano permettersi di esplorare nuovi linguaggi senza correre i rischi di un Lavie, isolato nel proprio contesto culturale.
Molto più complesso il Padiglione palestinese: schiera sette giovani artisti con capofila la vincitrice del Leone d’Oro alla scorsa edizione della Biennale, Emily Jacir. Acuta e pragmatica come sempre, si limita a scrivere in arabo i nomi delle fermate del vaporetto della linea 1, per sottolineare e ricordare gli scambi culturali passati e presenti tra le due civiltà.
In questo frangente è più difficile che altrove scindere l’arte dalla politica.
Sandi Hilal e Alessandro Petti invitano a entrare nel ghiaccio dell’assurdo in un ambiente totalmente oscurato e insonorizzato. Si rabbrividisce nel buio, ascoltando brani di conversazione, spesso stralci di trasmissioni radiofoniche. Subito non si coglie la drammaticità dei comunicati superficiali, dei messaggi pubblicitari. Siamo a Ramallah, città lontana dalla disgregazione del mondo palestinese: ultramoderna, vitale, piena di locali e attività. Un universo parallelo all’occupazione, in cui i giovani possono quasi dimenticare che, a pochi chilometri, il progresso si è fermato. È la “sindrome di Ramallah”: un’allucinazione della normalità.
Più concreto il lavoro di Jawad Al Malhi, legato alla sensazione claustrofobica ricorrente nei campi di rifugiati della città di Gerusalemme. Sono grandi fotografie piene, modulari nella ripetizione ossessiva. Sembra l’esperimento di un Le Corbusier che si sia divertito ad ammassare cubi con finestre in cemento, in strati sovrapposti.
Infine, va citato Khalil Rabah, che ha sognato e realizzato la Riwaq Biennale, con sede in cinquanta villaggi della Palestina. Le cartoline di questi luoghi sono sorprendenti, a testimoniare che esiste una fitta rete di realtà pronte a ospitare il mondo dell’arte che desidera conoscerle.
Il padiglione israeliano viene realizzato e progettato nel 1952 dall’architetto Zeev Rechter e successivamente verrà modificato dall’architetto Fredrik Fogh, nel 1966. L’architettura presenta importanti cambiamenti rispetto ai padiglioni costruiti in precedenza: questo fattore è dovuto soprattutto ai forti cambiamenti culturali dovuti al secondo conflitto mondiale. L’architettura del Padiglione adotterà un linguaggio completamente nuovo e innovativo, ad occuparsene sarà l'artista Gilad Ratman, nato ad Haifa nel 1975, i suoi video e le installazioni affronteranno aspetti apparentemente insostenibili del comportamento umano attraverso l’esplorazione del bisogno di comunità. Il curatore sarà Sergio Edelstein.
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Il padiglione israeliano viene realizzato e progettato nel 1952 dall’architetto Zeev Rechter e verrà poi modificato dall’architetto Fredrik Fogh nel 1966. Il padiglione è composto da una pianta poligonale irregolare con la parete interamente bianca e un'ampia entrata in vetro a livello del terreno. Inoltre, esso è composto da tre piani espositivi, una particolarità che è insolita ai giardini.
PADIGLIONE ISRAELE
di Martina Chiletti e Carlotta Zennaro
Storia del padiglione | 55^ Edizione arte | 54° Edizione arte | 53° edizione arte | Esposizioni delle edizioni passate | Riferimenti bibliografici/sitografici/link |
AUDIOGUIDA - PADIGLIONE ISRAELE A cura di Martina Chiletti e Carlotta Zennaro
Storia del padiglione
Il padiglione israeliano viene realizzato e progettato nel 1952 dall’architetto Zeev Rechter e successivamente verrà modificato dall’architetto Fredrik Fogh, nel 1966. Il padiglione verrà realizzato tardi rispetto agli altri. Difatti dopo il 1934, a causa del secondo conflitto mondiale, la costruzione della Biennale verrà arrestata per almeno un ventennio. Bisogna attendere il 1952 per l'inaugurazione dei padiglioni di Israele e Svizzera. I cambiamenti culturali avvenuti nel ventennio precedente saranno di enorme importanza per il padiglione. L’architettura, infatti, né verrà fortemente influenzata e adotterà un linguaggio completamente nuovo e innovativo. L'edificio realizzato dall'architetto israeliano Zeev Rechter, infatti, rispetto alla strutta dei padiglioni costruiti precedentemente al conflitto mondiale, presenta una pianta poligonale irregolare con la parete interamente bianca e un'ampia entrata in vetro a livello del terreno. Rispetto ad altri padiglioni l'architettura di Zeev Rechter risulta profondamente cambiata e rinnovata acquisendo così un significato attuale. Inoltre il padiglione mostra una caratteristica insolita ai Giardini: esso infatti è composto da tre piani espositivi.
Foto: Giorgio Zucchiatti
A cura di : Martina Chiletti e Carlotta Zennaro
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55° edizione della Bienalle d'arte 2013
Curator : Sergio Edelstein
Commissioners : Arad Turgeman, Michael Gov
Artist : Gilad Ratman
Israele è forse uno dei Padiglioni, ai Giardini della Biennale, che negli anni ha incuriosito di più, ponendosi come uno dei pochi luoghi dovei l'arte si mischia con la politica e le tensioni del Paese, rendendolo un padiglione unico e sempre interessante. Progettato nel 1952 da Zeev Rechter, padre fondatore dell'architettura modernista israeliana, quest'anno ad occupare il Padiglione sarà l'artista Gilad Ratman, nato ad Haifa nel 1975, di casa a Tel Aviv, con un background di tutto rispetto: fstudi a Gerusalemme e alla Columbia University di New York, un trascorso espositivo che va dal Museum of Contemporary Art di Chicago, la Biennale di Herzliya, in Israele, il Garage di Mosca e il PS1 New York. L'opera dell'artista si intitola The Workshop, un'installazione video site-specific nel tipico stile di Ratman, che lavora spesso sulla distorsione e sull' interruzione della narrazione come un modo per marcare ed esaminare in maniera migliore l'attrito tra il reale e immaginario. Problema fondamentale nella poetica dell'artista è l'opposizione tra i modelli universali di comportamento umano, i quali si esprimomo e definiscono attraverso il linguaggio, la nazionalità, il governo o altri tipi di rappresentazione e che spesso si muove attraverso gesti di resistenza e di lotta.
The Workshop documenta il viaggio di una comunità di persone da Israele a Venezia, attraverso una presentazione di video, installazioni, suoni e un intervento fisico nel tessuto dello stesso padiglione che però non è lineare, riflettendosi sulla Biennale come modello utopico di connettività tra nazioni. Ratman mostra un mondo in cui il transito può avvenire attraverso le frontiere nazionali in un contesto di reti libere, che passa inosservato e non identificato. Una "clandestinità" operativa in piccole comunità in una fase utopica, pre-sociale e anche pre-linguistica, come quelle ricorrenti proprio nei "soggetti" raccontati da Ratman. Curata da Sergio Edelsztein, direttore e capo curatore del Center for Contemporary Art di Tel Aviv, anche quest'anno Israele non poteva fare a meno di sobbarcarsi, in qualche modo, il proprio "percorso".
Quest'anno, per la Biennale 2013, il tema d'ispirazione è il Palazzo Enciclopedico, il Padiglione di Israele sarà allestito con le opere di Gilad Ratman. Il viaggio da Israele a Venezia secondo Ratman, serve per riflettere sulla connettività tra nazioni. Il progetto sarà in scena in laguna.
A cura di : Carlotta Zennaro e Martina Chiletti
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54° edizione della Biennale d'arte 2011
Nel 2011 fu Sigalit Landau a rappresentare l’Israele durante l’ultima Biennale d’arte. Il suo lavoro unisce varie tipi di espressioni d’arte, tra cui performance, installazioni, oggetti e video, così da poter focalizzare l’attenzione su di un’unica immagine, luogo, oggetto o azione, e aprendola ad una via simbolica. Ne è un esempio l’opera presentata durante la Biennale d’Arte del 2011, intitolata “One man’s floor is another man’s feeling”, nella quale vengono appunto utilizzati vari video e installazioni che sono andate anche a stravolgere completamente l’architettura originaria del padiglione.
A cura di : Martina Chiletti
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53° edizione della Biennale d'arte 2009
Israele presenta un solo artista, Raffi Lavie. In mostra, una serie di dipinti su tavola realizzati negli ultimi anni prima della sua morte, avvenuta nel 2007. Quadri caratterizzati da linee e tratteggi, scarabocchi e pennellate di colore all’apparenza casuali. L’artista scalfisce lo sfondo dipinto disegnando come un bambino scalette e rari omini stilizzati, paesaggi che non esistono, se non nascosti nei graffi del colore, scheggiati in rette tremolanti che s’intersecano senza una meta o vorticose nel gesto istintivo.
Lavie è celebre per il suo stile fanciullesco ma soprattutto per le cancellature, eseguite con tratto nervoso o pennellate corpose. Guarda a Klee, Dubuffet e Rauschenberg, artisti che potevano permettersi di esplorare nuovi linguaggi senza correre i rischi di un Lavie, isolato nel proprio contesto culturale.
Molto più complesso il Padiglione palestinese: schiera sette giovani artisti con capofila la vincitrice del Leone d’Oro alla scorsa edizione della Biennale, Emily Jacir. Acuta e pragmatica come sempre, si limita a scrivere in arabo i nomi delle fermate del vaporetto della linea 1, per sottolineare e ricordare gli scambi culturali passati e presenti tra le due civiltà.
In questo frangente è più difficile che altrove scindere l’arte dalla politica.
Sandi Hilal e Alessandro Petti invitano a entrare nel ghiaccio dell’assurdo in un ambiente totalmente oscurato e insonorizzato. Si rabbrividisce nel buio, ascoltando brani di conversazione, spesso stralci di trasmissioni radiofoniche. Subito non si coglie la drammaticità dei comunicati superficiali, dei messaggi pubblicitari. Siamo a Ramallah, città lontana dalla disgregazione del mondo palestinese: ultramoderna, vitale, piena di locali e attività. Un universo parallelo all’occupazione, in cui i giovani possono quasi dimenticare che, a pochi chilometri, il progresso si è fermato. È la “sindrome di Ramallah”: un’allucinazione della normalità.
Più concreto il lavoro di Jawad Al Malhi, legato alla sensazione claustrofobica ricorrente nei campi di rifugiati della città di Gerusalemme. Sono grandi fotografie piene, modulari nella ripetizione ossessiva. Sembra l’esperimento di un Le Corbusier che si sia divertito ad ammassare cubi con finestre in cemento, in strati sovrapposti.
Infine, va citato Khalil Rabah, che ha sognato e realizzato la Riwaq Biennale, con sede in cinquanta villaggi della Palestina. Le cartoline di questi luoghi sono sorprendenti, a testimoniare che esiste una fitta rete di realtà pronte a ospitare il mondo dell’arte che desidera conoscerle.
A cura di: Carlotta Zennaro
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Esposizioni delle edizioni passate
1982 - Tamar Getter , Michal Na'aman
1986 - Nubani Ibrahim
1988 - Zadok Ben-David
1990 - Yaacov Dorchin
1993 - Avital Geva
1995 - Joshua Neustein, Uri Tzaig (Curatore: Gideon Ofrat)
1997 - Yossi Berger, Miriam Cabessa, Sigalit Landau
2001 - Uri Katzenstein (Curatore: Yigal Zalmona)
2003 - Michal Rovner
2005 - Guy Ben-Ner (Curatore: Sergio Edelzstein)
2007 - Yehudit Sasportas (Curatore: Suzanne Landau) [ 21 ]
2009 - Raffi Lavie (Curatore: Doreet Levitte Harten)
2011 - Sigalit Landau (Curatori: Jean de Loisy, Ilan Wizga)
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Riferimenti bibliografici/sitografici/link :
- Marco Fastino, "I padiglioni Storici", 2 Agosto 2012
http://atcasa.corriere.it/gallery/Biennale-Architettura-2012/In-citta/2012/08/02/padiglioni-storici/padiglioni-storici_gallery_20.shtml
- " Il viaggio da Israele a Venezia secondo Gilad Ratman, per riflettere sulla connettività tra nazioni. Ecco il progetto che sarà in scena in laguna", 31 marzo 2013
http://www.exibart.com/notizia.asp?IDNotizia=39723&IDCategoria=204
http://it.wikipedia.org/wiki/Giardini_della_Biennale
Ultima modifica al sito web il 26 febbraio 2013
http://en.wikipedia.org/wiki/Venice_Biennale#History
Ultima modifica al sito web il 26 aprile 2013
A cura di : Martina Chiletti
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Il padiglione israeliano viene realizzato e progettato nel 1952 dall’architetto Zeev Rechter e successivamente verrà modificato dall’architetto Fredrik Fogh, nel 1966. L’architettura presenta importanti cambiamenti rispetto ai padiglioni costruiti in precedenza: questo fattore è dovuto soprattutto ai forti cambiamenti culturali dovuti al secondo conflitto mondiale. L’architettura del Padiglione adotterà un linguaggio completamente nuovo e innovativo, ad occuparsene sarà l'artista Gilad Ratman, nato ad Haifa nel 1975, i suoi video e le installazioni affronteranno aspetti apparentemente insostenibili del comportamento umano attraverso l’esplorazione del bisogno di comunità. Il curatore sarà Sergio Edelstein.
A cura di : Martina Chiletti e Carlotta Zennaro
Testo breve (400 caratteri) per nuvola Google Maps
Il padiglione israeliano viene realizzato e progettato nel 1952 dall’architetto Zeev Rechter e verrà poi modificato dall’architetto Fredrik Fogh nel 1966. Il padiglione è composto da una pianta poligonale irregolare con la parete interamente bianca e un'ampia entrata in vetro a livello del terreno. Inoltre, esso è composto da tre piani espositivi, una particolarità che è insolita ai giardini.
A cura di : Martina Chiletti e Carlotta Zennaro
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A cura di : Martina Chiletti
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Traccia audio Padiglione Israele
A cura di : Martina Chiletti
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