PADIGLIONE POLONIA

di Marco Dal Prà
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Storia Padiglione

Il padiglione Polonia è uno degli spazi compresi nella vasta struttura chiamata "Padiglione Venezia" che venne progettata dall'architetto veneziano Brenno Del Giudice; l'originario complesso edilizio fu costruito nel 1932, mentre successivamente, nel 1938. fu ampliato per ospitare i Padiglioni Jugoslavia, Romania e Polonia. La data di costruzione del Padiglione Polonia è perciò il 1938 e la sua fisionomia esterna risente del gusto dell'epoca fascista. Dall'esterno vi si accede da un alto arco a tutto sesto che introduce ad un piccolo atrio. Internamente lo spazio espositivo è caratterizzato da un'unica ampia sala dalle alte pareti.

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55^ Edizione Arte 2013



Artista: Konrad Smolenski
Curatori: Agnieszka Pindera, Daniel Muzyczuk.
Titolo: Everything Was Forever, Until It Was No More

In questa edizione viene presentata un'installazione sonora di Konrad Smolenski, 800 chili di bronzo con i quali dà vita alla costruzione di una visione di un mondo futuristico fato di ronzanti macchine e fantasie temporali.
L'installazione, che occupa l'intero padiglione, consiste in una macchina sonora che interagisce direttamente con i visitatori. Il progetto evoca una reazione emotiva, un senso di inquietudine e di tensione, in un momento storico in cui ci occupiamo dell'accumulo e della classificazione delle informazioni dentro una società sovraccarica di dati. Quest'opera di profila quindi come un tentativo di ricominciare, rallentando il ritmo vertiginoso della storia. Il titolo della installazione è tratto dal libro di Alexeia Yurchak che affronta da una propsettiva individuale la caduta dell'Unione Sovietica.
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Esposizione Edizioni Arte passate

Edizione 2011In occasione della 54^ Biennale di Venezia, il padiglione polacco presenta la videoistallazione “…Europe will be stunned”; per la prima volta viene presentata l'opera di un artista non di nazionalità polacca: Yael Bartana, artista israeliana, che con l’ausilio del mezzo cinematografico racconta del Movimento per il Rinascimento Ebraico in Polonia (Jewish Reinnassance Movement in Poland JRMIP), articolando l’opera in 3 film con storie diverse.
Il JRMIP è un vero e proprio movimento socio-politico fondato dall’artista stessa con l’obbiettivo di far tornare più di 3 milioni di ebrei nella terra d’origine.
La prima parte della trilogia, intitolata “Mary Koszmary (Incubi)” analizza i difficili rapporti sociali e politici tra ebrei polacchi e il resto dell’Europa in questo mondo globalizzato.
L'opera vuole essere un appello per gli oltre 3 milioni di ebrei polacchi a tornare nel paese natale, lanciato nello Stadio nazionale di Varsavia.

Il primo capitolo ricorda i film di propaganda dell’Ultima Guerra: il clima, l’estetica, unito alla nostalgia del passato glorioso e al sogno sionista di ritorno in Israele. Infatti Bartana parla di Israele come una specie di laboratorio sociale che lei osserva dall’esterno, meccanismi e situazioni riscontrabili ormai ovunque, che lei mostra nei suoi film: la situazione (universale) dell’impossibilità di convivere insieme.
La seconda parte intitolata “Wall and Tower (Muro e Torre)” è ambientata nel quartiere Muranów di Varsavia, dove fu eretto un kibbutz in scala reale in stile architettonico degli anni Trenta. Questa parte si ricollega alla prima nella celebrazione dei colonizzatori ebrei, pionieri sempre fermi e tenaci, che nonostante le condizioni sfavorevoli continuano a costruire e allenarsi per difendersi. Quello evocato è un mondo di utopismo sociale, della giovinezza e dell’ottimismo, quando si credeva di poter costruire un mondo nuovo.
L’ultimo film “Zamach (L’Attentato)” è la verifica definitiva di questo sogno di una comunità plurinazionale. Il film ambientato in un prossimo futuro , mostra il funerale del leader del movimento del JRMiP, ucciso da un ignoto. Attraverso la sua morte, viene unificato il mito di un movimento politico nuovo, realizzabile in un futuro prossimo in Polonia, in Europa e in Medio Oriente.
L’obbiettivo del “Progetto Bartana” è quello di risvegliare e far uscire alla luce i demoni nazionali. La necessità di riflettere su temi come il problema dell’integrazione, i difficili rapporti tra polacchi ed ebrei, di localizzazioni alternative dello Stato d’Israele, idee abbandonate da molto tempo.

Edizione 2009In questa edizione è il cinema, spazio oscurato si proiettano immagini in movimento, ad accogliere lo spettatore al suo ingresso nel padiglione della Polonia. L’esperienza che ne risulta, è alternativa a quella della sala cinematografica e mostra le possibilità creative proprie delle installazioni video. Goscie/Guests è il titolo della mostra allestita con le video proiezioni dell’artista ebreo-polacco Krzysztof Wodiczko. Gli ospiti del titolo sono ombre, silhouettes di immigrati da paesi diversi, rappresentati (proiettati per meglio dire) nell’atto di lavorare, riposarsi, condividere a voce alta ognuno la propria storia così come la preoccupazione collettiva per l’ottenimento del permesso di soggiorno. La dimensione politica dell’opera di Wodiczko, tuttavia, non è soltanto legata al soggetto dell’installazione, cioè agli immigrati-ombra, al loro essere presenze quasi invisibili ma al tempo stesso reali e vicine al nostro vivere quotidiano. Questa installazione è politica, nonostante le silhouettes siano di immigrati e l’intento dell’artista sia quello di farli salire sul palcoscenico con la loro non-presenza, nel senso più sottile e raffinato del termine, per il quale chi non entra (o non riesce a entrare) sul palcoscenico, chi non riesce a emergere dallo sfondo indistinto e divenire così visibile, è condannato a una sorta di limbo, sospeso tra visibilità e invisibilità. Crea inoltre un’esperienza radicalmente alternativa a quella passiva del cinema poiché il protagonista del padiglione polacco è il padiglione stesso, la messa in questione dell’edificio e della sua funzione espositiva, così come la presa di distanza da un certo tipo di cinema sia esso su supporto analogico che digitale. Wodiczko risponde quindi in modo creativo e consapevole all’invito del direttore Daniel Birnbaum che chiede di “Fare mondi/Making worlds”.
external image wodiczko-image.jpgKrzysztof Wodiczko, Goscie/Guests, 2009, video installation, 17 min., Courtesy of the artistProfile Foundation and Zacheta National Gallery of Art, Warsaw


Krzysztof Wodiczko trasforma il padiglione in uno spazio che è al tempo stesso aperto e chiuso al mondo. Proiettati sulle pareti e sul soffitto, figure indistinte di immigrati vengono fotografate nella loro quotidianità: lavare i vetri (il vetro immaginario che li separa da noi), parlare in piccoli gruppi durante una pausa, lavorare sospesi su un’impalcatura, aguzzare lo sguardo per cercare di vedere chi sta al di là del vetro, o semplicemente stare in piedi, eretti, le braccia lungo i fianchi, pronti a muovere un passo verso di noi. Queste figure divengono emblema dell’ambiguità sociale che vive l’immigrato.
L’immagine è analoga ad una finestra sul mondo, ad una cornice trasparente in grado di farci accedere a una dimensione che può essere contemplata da spettatori, con occhi disincantati per sempre al di qua della cornice. La reminescenza rinascimentale dell’effetto tromp l’oœil è messa in atto non grazie ad affreschi, ma grazie a proiezioni che finiscono per negare lo stesso gioco illusorio, la profondità di campo e la centralità dello spettatore messe in scena dal tromp l’oœil stesso in favore dei valori di superficie e della negazione della contrapposizione sfondo/primo piano. I luoghi in cui queste ombre vivono è un indistinto sfondo grigio-azzurrino che del cielo non ha l’orizzonte né la profondità.
Il gioco che queste proiezioni attuano è un alternarsi continuo di visibile e invisibile, di volti e corpi che riusciamo a intravedere al di là delle finestre opache, volti che rimangono inesorabilmente sfuocati. I corpi dei soggetti proiettati da Wodiczko sono ombre sospese nel vuoto che sembrano acquisire consistenza nell’istante di contatto con il vetro, vetro che non esiste, se non come proiezione. Questo desiderio di contatto è incarnato dalla figura femminile con il velo che, a testa china, sfiora con le dita delle mani, quasi esercitando una pressione, il vetro-proiezione che la separa da noi. In altri casi, ad acquisire corporeità non sono i corpi ma gli oggetti, come il pezzo di carta (un documento, un foglio di respingimento?) tenuto in mano e mostrato da un’ombra a un’altra ombra.
I muri del padiglione polacco diventano zona liminale tra reale e immaginario, tra dentro e fuori, tra noi e loro. I muri, cioè, smettono la loro funzione di semplice supporto per la proiezione di immagini su cui incidere le immagini in movimento. Il muro, la cui fenomenologia ha svolto e continua a svolgere un ruolo fondamentale nelle vicende politiche del secolo scorso e di quello attuale diventa paradossalmente ancora più reale e più visibile nella sua funzione di confine tra spazi contigui e divisione tra spazi impossibilitati a entrare in contatto.
L’installazione è polifonica poiché azioni e voci diverse (lavare i vetri, parlare della propria storia, riposarsi, bere) si svolgono contemporaneamente o in successione sulle tre pareti del padiglione e sul soffitto, costringendo lo spettatore a una dislocazione continua dello sguardo e dell’attenzione. Il mantenimento di una posizione fissa, privilegiata, dalla quale sia possibile osservare è negata. Lo spettatore-visitatore diviene il soggetto dell’opera, arrivando a occupare lui stesso lo spazio dell’opera d’arte e finendo per sentirsi in vetrina, in gabbia, scrutato (o meglio, ignorato) da chi sta fuori. Le ombre, le luci, la volontà di vedere e conoscere, la separazione tra mondi contigui, l’oscurità trasformano il padiglione della Polonia nella versione artistica contemporanea, ma modificata, del mito della caverna di Platone. Le proiezioni di Krzysztof Wodiczko sono in dialogo costante con il cinema e le installazioni video. Sfidano il cinema narrativo, cinema a cui troppo spesso si è ispirata acriticamente anche l’installazione video. Da un lato, entrare nel padiglione è simile all’esperienza di entrare nel buio della sala cinematografica, pronti a illudersi e identificarsi, due meccanismi su cui si basa gran parte del cinema narrativo di stampo hollywoodiano. Dall’altro, lo schermo sparisce, il punto di fuga in fondo alla sala si dissolve e con essa svanisce l’illusione di sprofondare nello schienale, compiaciuti, per “godersi il proprio sintomo”: questa illusione viene prima messa in dubbio e poi negata dalla percezione che vi siano persone reali, in carne ed ossa, dietro a quegli schermi.

Edizione 2007Nella 52^ Esposizione Internazionale d’Arte lo spazio del Padiglione polacco si presenta interamente occupato in ogni suo angolo, ma nello stesso tempo percorribile, areato e transitabile. Monika Sosnowska presenta una riflessione sull'architettura mediante la proposizione di un'ossatura strutturale, di uno scheletro costruttivo modificato, piegato e straniato. Il suo lavoro parte da un'analisi sull'architettura polacca del secondo dopoguerra, nel periodo in cui lo stalinismo getta inesorabilmente le sue fondamenta formali sulle costruzioni e le abitudini locali, e arriva al periodo attuale, con il riutilizzo degli stessi edifici impiegati come contenitori su cui maliziosamente costruire facciate e decorazioni più accattivanti. Il rapporto fra funzionalità della struttura e giustapposizione esterna vede nascere le esili e solide strutture dell'opera 1:1 di Monika Sosnowska, in cui viene alla luce una estetica anti-funzionale coniugata a uno strutturalismo di matrice modernista.
Ed è proprio da questo dualismo che è incentrata la sua opera: «La caratteristica principale dell'architettura è l'utilitarismo. L'architettura mette ordine, sistema, rispecchia i sistemi politici e sociali. I miei lavori portano piuttosto caos e insicurezza». Concettualmente simile alla ristrutturazione architettonica della Polonia attuale, la costruzione di Sosnowska si disloca all'interno del padiglione «vivendo da parassita». La stilizzazione tipica del movimento moderno si può cogliere nella rarefattezza della gamma cromatica dell'opera, che si manifesta nel bianco dell'ambiente e nel nero della struttura.


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Riferimenti bibliografici / sitografici

http://www.e-flux.com/announcements/konrad-smolenski/
http://www.labiennale.org/it/Home.html
http://www.petzel.com/exhibitions/2013-04-04_yael-bartana/
http://www.digicult.it/it/digimag/issue-047/wodiczkos-video-shadows-between-visible-and-invisible/

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AREA LAVORO STUDENTI













TESTO 700 CARATTERI:

Il padiglione Polonia fa parte della struttura chiamata "Padiglione Venezia", progettata da Brenno Del Giudice; ampio complesso edilizio costruito nel 1932, e successivamente ampliato nel 1938 per ospitare i padiglioni Jugoslavia, Polonia e Romania.



L'Edizione 2013 ospiterà l'istallazione sonora di Konrad Smolenski “Everything Was Forever, Until It Was No More”, una macchina sonora in bronzo che occuperà l'intero padiglione, progettata per interagire emotivamente con i visitatori.



In occasione della 54 Biennale del 2011, il padiglione polacco presenta la videoistallazione “…Europe will be stunned”; opera di Yael Bartana, artista israeliana, che con l’ausilio del mezzo cinematografico racconta del Movimento per il Rinascimento Ebraico in Polonia.




TESTO 400 CARATTERI:
Il padiglione Polonia fa parte della struttura chiamata "Padiglione Venezia", progettata da Brenno Del Giudice; ampio complesso edilizio costruito nel 1932, e successivamente ampliato nel 1938 per ospitare i padiglioni Jugoslavia, Polonia e Romania.

L'Edizione 2013 ospiterà l'istallazione sonora di Konrad Smolenski “Everything Was Forever, Until It Was No More”, una macchina sonora in bronzo che occuperà l'intero padiglione, progettata per interagire emotivamente con i visitatori.